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IL POSTO DEI GIARDINI
Michele Turco ha una vocazione spontanea per i mestieri dell’arte, una curiosità originaria per le tecniche e le procedure, la chimica e l’ingegneria del percepibile. Con queste premesse è facile capire come la sua opera faccia riferimento non soltanto al personale sentire, ma anche ad una attenta considerazione dello “stato dell’arte”. Impossibile coglierlo quindi nel peccato di ingenuità: i suoi debiti sono riconosciuti e spesso sovrastimati, quando dichiara ad esempio di fondare la sua ricerca pittorica sull’impressionismo di Monet, o di ispirare le “donne giardino” al decorativismo di Klimt, i fiori quadrifoglio all’intellettualismo di Andy Warhol, l’atmosfera delle isole al De Chirico metafisico, o la mancanza di orizzonte alla pittura cinese. La sua passione per il fare colore, il fare forma, è tenuta a bada da un’attenzione minuziosa verso il significato, verso le misteriose variazioni che l’opera subisce ad ogni mutazione del contesto. Accade così che questo artista che agisce fondamentalmente sulla spinta dell’istinto, sottoponga costantemente al rigore dell’intelligenza i prodotti del fanciullo interiore.
Dal punto di vista tematico, il prato, il giardino e l’orto si collocano all’inizio dell’ispirazione di Michele Turco, che li vede, li rappresenta e li crea con una tecnica flou che lascia tranquillo l’occhio mentre rinfranca lo spirito. Ma il successo troppo immediato di quella cifra lo mette in sospetto e lo induce ad introdurre diversi correttivi che affermano e negano al tempo stesso: i paesaggi, i personaggi di suoi quadri sono messi tra virgolette da aeroplanini e antenne, o inquadrati in schermi televisivi dipinti che fanno da cornici. Compaiono delle scritte, le figurazioni base vengono sottoposte ad una dominazione che trasforma il visibile in concetto.
La tentazione concettuale è sempre presente nell’opera di Michele Turco e fa da argine all’abbondante corrente di ispirazione che l’autore tenta di imbrigliare in un discorso. La fase dedicata alla rappresentazione dei giardini, testimonia dell’interiorizzazione della preoccupazione concettuale che, rinunciando a farsi esplicita, trova posto all’interno dello slancio creativo, lo plasma senza correggerlo a posteriori.
Solo apparentemente quindi la dialettica tra inconscio e super io appare smussata nell’opera più recente di Michele Turco. Essa soggiace, e apre così una stagione felice in cui le esigenze dell’artista trovano uno sbocco armonioso. Così l’occhio di chi guarda non è più portato per mano all’interpretazione del visibile, ma solo apparentemente riposa nel colore sfumato e nell’atmosfera sognante. Il fanciullo è cresciuto, il pensiero è intervenuto a monte dell’impulso creativo, l’artista ha unificato i diversi modi di pensare, di creare.
Giulio Cappa
FABRICA MUNDI
Il senso della Creazione è il grande interrogativo della nostra coscienza collettiva. Michele Turco partecipa all’antico quesito con un ciclo pittorico – scandito a più tempi – da cui non provengono certezze, ma liriche suggestioni formali e cromatiche.
Fabbrica mundi è per l’artista il mistero sacro che non può essere affrontato tramite immagini e, quindi, il suo cammino visuale - non sacrilego – attraversa un controcanto tra l’astratto e il concettuale, sino a uno spazio aperto dove la poesia diviene visione. Vediamo quale.
Giardini in corso per Michele Turco non è sinonimo di paradiso perduto, ma essenza ritrovata che vive nella nostra coscienza individuale. Egli scava, dolcemente, come un rabdomante nel proprio animo e porta in luce momenti primari della natura. Sono composizioni di bella pittura, in cui predomina l’albero, il paesaggio infinito, la struttura dell’albero-lampada(la luce). A volte, all’osservatore è dato poter comporre un proprio puzzle, in cui non ci si imbatte in contrasti. Vige, al contrario, splendente, il silenzio del Paradiso Ritrovato.
Identità in corso è la laica rappresentazione della sublimazione dell’ uomo e della donna(Adamo ed Eva), degli esseri umani nel Giardino delle Delizie. All’opposto di Francis Bacon, l’ attento e meditativo Michele Turco guarda all’umanità in chiave positiva. Egli,infatti, non nega la problematica esistenziale dell’identità, ma la glorifica a livello immaginifico in una pulizia formale di figure in atteggiamento ascensionale. Egli compone immagini filiformi, quasi in sospeso, e l’insieme pare un Eden, un silente paesaggio umano in via di sviluppo come riconoscibilità codificante.
Parole in corso è il capitolo del nostro mondo astratto fatto di segni e di colori. Michele Turco accompagna l’osservatore per mano, lungo un piacevole labirinto di allusioni alfabetiche che interrompono e decorano la delicata superficie cromatica. Si tratta di un ciclo in cui la poeticità è fatta di allusività, di momenti in cui la presenza umana è traccia primaria. Sacra campitura.
Paolo Levi
LO STATO LEGGERO DELLE COSE
Michele Turco ci ha abituato a vedere il mondo come un inestricabile tessuto vegetale su cui le specie proliferano senza posa. Un mondo perfettamente chiuso in se stesso, che non lascia spazio a nulla che non sia l’infinito catalogo della natura, l’umido e inesauribile regno di Flora. La versione moderna e allucinata di un erbario, che nella sua varietà celebra la bellezza e la compostezza del creato. Era un mondo disabitato,deserto, silenzioso. Nessun unicorno o animale selvatico percorreva i suoi sentieri e sul manto variegato di quel giardino non si posava neppure una farfalla. Era un recinto autosufficiente, lontano come un sogno. Un’arte senza tempo. Era. Perché ora in questo universo incantato, senza voci e senza rumori, compare la vita.
Dapprima, sotto forma di un grande uccello, delirio simbolico, nato dalla sintesi delle forze incontrollabili che si incontrano nella luce. Poi, nella forma di una giocosa apparizione di figurine ritagliate, che irrompono sulla scena come aeroplani di carta lanciati da un bambino. Un capriccio inspiegabile, uno sberleffo,o,più semplicemente, la scoperta del tempo? Il velo abbagliante della natura è stato strappato e la supremazia vegetale a ceduto il passo all’ artificio. E il volo, ricordo di una leggerezza che non fu mai nostra, mostra il sipario naturale lacerato da un animale ostinato: l’uomo. Sarà il vento a sostituire l’incanto vegetale, sostenendo fragili velivoli e vele luminose? Sarà la forza dell’artificio a ricucire l’eterna favola della natura? Una volta lanciati i dadi, nessuno può opporsi alla schiavitù del caso.
Antonio Ficarra
INCANTO VEGETALE
L’ impressionismo riportava il pittore alla natura e spogliando lo sguardo di tutti i segni della storia ritrovava nel paesaggio un origine ancora intatta.
Maturando la loro visione gli stessi impressionisti indagarono senza pregiudizi alle radici del gesto pittorico e videro come, anche di fronte alla natura, la più piccola sensazione diventi nell’ occhio e nella mano dell’ artista altamente simbolica: lo intesero Monet, che lasciò le sue ninfe disfarsi su enormi tele insieme all’ innocenza dello sguardo, Van Gogh che sui campi di grano intravide scintillanti costellazioni unire terra e cielo in un simbolismo cosmico, Césanne, che fino all’ultimo volle “legare le mani della natura”.
Mani diafane e impalpabili, che gli artisti in questo secolo hanno dovuto o voluto rimuovere, se si eccettuano gli abbaglianti paesaggi di Bonnard.
Una tradizione siffatta e la decadenza fisica del nostro pianeta ci fanno oggi pensare alla natura come a cosa del passato: non più l’origine cui eternamente si ritorna ma a un opaco ricordo, un’ eredità mentale, una malinconica fede.
A questa natura senza tempo si volge lo sguardo di Michele Turco. Vanamente cercheremmo nelle sue tele un paesaggio conosciuto e nella nostra memoria un motivo che richiami la curva di quel colle o l’intensità di quel verde
Soggiogato dalla nostalgia per una natura primigenia il pittore ci consegna tessuti vegetali cresciuti a dismisura nella sua immaginazione, una proliferazione di specie che non troveremo in nessun erbario, una fioritura inesauribile: foglia su foglia, siepe su siepe, orizzonte su orizzonte.
Accecato dal colore come dall’ irruzione di un ricordo Turco non sa offrire scorci domestici né riunire nella luce naturale l’albero al campo e il campo alla collina. Sommerso in una selva intricata dove nessun sentiero approda, il suo sguardo non coglie il fluire della vita ma il giorno che precede ogni esistenza: quella vegetazione rigogliosa non cresce sotto nessun cielo, la natura che la governa non subisce il corso delle stagioni, la fertilità prorompente che nutre le sue radici non appartiene alla terra che calpestiamo ma all’immutabile giardino delle delizie.
Antonio Ficarra
RITRATTO DI VIAGGIO
--“Chi passa i mari muta il cielo, non l’anima.” Lo enunciava Orazio ne è convinto anche Michele Turco che, nei 26 oli esposti ha voluto esprimere la centralità dell’uomo, che, ovunque vada, porta con se le proprie problematiche, la propria umanità, la propria storia. Da qui il titolo “Ritratto di viaggio”, di una mostra che è anche occasione per focalizzare l’attenzione sul dualismo tra globalizzazione e localismo. “Per non essere soffocato dalla globalizzazione selvaggia che caratterizza questi anni – spiega Turco – ho cercato di partire dal locale per cui ho preso uno degli elementi che, secondo me, identifica maggiormente la Valle d’Aosta, i “Tintamaro” di Cogne, ambientandone alcuni membri in varie parti del mondo: Da Parigi a New York, da Sidney a Berlino”. I quadri sono cosi, dominati da figure atemporali, che indossano i tipici costumi di Cogne, posano, come in una foto ricordo, con lo sfondo di monumenti caratteristici di celebri città (dalla Tour d’Eiffel al Big Ben). Il tutto reso con colori delicati che rispecchiano una dimensione intima di ricerca dell'armonia. E se negli sfondi le reminiscenze sono impressioniste, per le figure si nota un deciso ritorno alla lezione surrealista che aveva caratterizzato i suoi esordi.
Gaetano Lo Presti
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